IL LUSSO DI ESSERE UN DIPENDENTE PUBBLICO.

di Raffaele Lisco.

In questo difficile momento di sofferenza, l’unica categoria che non ci rimette sono gli statali.

Mi piace vivere pericolosamente e, di conseguenza, oggi vorrei proporre ai miei sconsiderati lettori una riflessione sulle vistose differenze che ci sono tra lavoratori “privati” e dipendenti “pubblici”.

Abbiamo tutti davanti agli occhi la tragedia vissuta a causa della pandemia dilagante, il numero crescente di morti dei quali sappiamo molto poco circa le cause dei loro decessi ma ci fa comodo incasellarli come vittime del virus (…) e le schizofreniche emissioni di Atti Ministeriali ogni giorno diversi l’uno dall’altro.

Tuttavia, per quelli che riescono a non morire di “qualcosa”, il problema più urgente da affrontare diventa il come sopravvivere al disastro economico conseguente alla chiusura delle attività, come resistere allo sterminio del fatturato e, per chi dipendente di una attività, in che modo salvarsi il posto di lavoro.

Problemi giganteschi dove in ballo ci sono le esistenze di milioni di partite iva, piccole società di persone, imprenditori e imprenditrici ancora ostaggio del debito d’avviamento e perfino storiche aziende costrette ad arrendersi, dopo decenni di onorato servizio.

In mezzo a tutta questa giostra mortale, gli unici fortunati a non rischiare nulla, anzi, volendo essere cinici, a “guadagnarci”, sono i dipendenti pubblici, i cosiddetti “statali”, quelli che al 27 di ogni mese prendono lo stipendio cascasse il mondo.

Sia chiaro che il mio riferimento si applica ai puri “impiegati”, quelli che non appartengono alla categoria degli “eroi” stipendiati dallo Stato, per intenderci quelli che la “mesata” non solo se la sudano ma vanno ben oltre al “ristoro” economico, dando alla comunità molto di più di quello che si meriterebbero.

Gli “statali” delle Forze dell’Ordine, per esempio, oppure tutti quelli che lavorano negli ospedali, personale diretto e indiretto, gente per la quale milleerotti euro al mese di retribuzione, sono un insulto che grida allo scandalo.

Per “compensare”, il sistema tipicamente “itagliano”, ci regala qualche decina di migliaia di “assunti” per i quali lo Smart Working si traduce in “…non faccio un cazzo dalla mattina alla sera…”. Un esercito impiegatizio di beneficati per i quali la pandemia è una manna dal cielo, il metodo migliore per starsene in vacanza (retribuita) dall’uno al trentuno, l’imprimatur dei “capi” di potersi assentare dagli uffici con la benedizione dello Stato.

La mia è una generalizzazione ingenerosa, spero si riesca a capire. In mezzo alla folla di “imboscati autorizzati” ci sono sempre delle mosche bianche per le quali l’etica professionale è il credo principale delle loro persone, tuttavia, non credo di aver scritto una corbelleria, nel merito.

Concludo con una “provocazione” finale. Proviamo a decurtare, per decreto, il 30% dello stipendio di quegli statali non impegnanti in prima linea contro il virus, per donarlo a quelli che si fanno un mazzo tanto per gli altri (…) e vedrete come quella “rivoluzione” popolare che in Italia sembra impossibile, diventerà immediatamente realtà…

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